Un’etica per appartenere

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Riproduciamo l’articolo uscito il 9 aprile 2017 su La Stampa, firmato da Agnese Moro.

«La nostra società sembra oggi affetta da una malattia che Gauchet chiama “patologia della non appartenenza”. Ogni individuo esige tutto dalla società, ma non sente di doversi impegnare in modo concreto in essa. Così lo spazio pubblico oggi non è altro che un grande centro di raccolta di lamentele private, disarticolate e senza filtro». Con queste parole Cristina de la Cruz Ayuso, docente di Filosofia politica presso l’Università di Deusto (Bilbao) ha chiuso il suo intervento al secondo Forum dell’Etica Civile, tenutosi nei giorni scorsi a Milano per iniziativa delle riviste Aggiornamenti Sociali e Il Regno, delle Associazioni Cercasi un fine e Incontri, del Centro Studi Bruno Longo, della FOCSIV, della Fondazione Lanza, dell’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe.

Le parole della Ayuso illustrano bene quello che gli organizzatori del Forum si pongono, e vogliono porre alla nostra attenzione, ovvero la fragilità della nostra vita sociale, le difficoltà di accogliere, di essere insieme, di costruire e mantenere legami positivi e forti. Sono tutte realtà già impegnate, quelle che con il Forum vogliono condividere riflessioni e ricerca di soluzioni. Convinte della necessità di creare un terreno comune tra loro e con chiunque lo voglia, senza voler diventare qualche cosa di diverso da quello che sono. Significative le partecipazioni e lo scambio di esperienze in particolare sulla «ricostruzione» delle città con l’impegno diretto di tutti.

Questa «patologia della non appartenenza» non mi sembra un piccolo problema; a patirne non è solo, si fa per dire, lo spazio pubblico, ma la stessa percezione dell’esistenza degli altri come parte integrante della nostra vita e non solo come sgradevoli accidenti che si frappongono tra noi e l’appagamento veloce di bisogni; o come semplici concorrenti nell’accaparramento di beni scarsi, come un parcheggio, un lavoro, una cura medica. Una percezione che genera fastidio per gli altri e indifferenza, ma che purtroppo piuttosto spesso, a stare alle nostre cronache quotidiane, va oltre, trasformandosi in disprezzo praticato per la vita umana – quella degli altri, ovviamente – che può essere colpita per motivi abbastanza futili, per semplice paura, per una punizione che si ritiene di avere il diritto di dare, per pura noia, o per l’ipotetica «santità» delle proprie motivazioni.

Agnese Moro

© La Stampa

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