Etica civile, un recinto aperto

 

san-galgano

Come riflessione preparatoria in vista del Forum pubblichiamo un articolo di Lorenzo Biagi, segretario generale della Fondazione Lanza, uscito domenica 5 marzo su “La Difesa del Popolo”
Nella sua attività di ricerca e rielaborazione dell’etica orientata ad un continuo e concreto miglioramento della vita personale e pubblica, la Fondazione Lanza ha intrapreso negli ultimi anni un costante e tenace approfondimento dell’etica civile. Una prospettiva insieme teorica e pratica, che si è imposta a livello nazionale suscitando e aggregando riflessioni, soggetti e pratiche, fungendo da bacino di valorizzazione di una realtà sparsa e invero ricca e diffusa nel nostro Paese, anche se talvolta frammentata.

Occorre stare attenti a non ridurla ad una visione “liquida”, di baumaniana memoria, una sorta di scenario ora idilliaco, ora buonista in cui si affastella un po’ di tutto all’insegna del “vogliamoci bene”. Così come occorre stare lontani dal risolverla nella retorica dominante e scontata delle cosiddette “buone pratiche” la cui tendenza interna sfiora di molto l’autoreferenzialità di chi, singolo o associazione, le porta avanti.

Da qui la fatica costante di trovare una sua possibile definizione, che non diventi mai ultima. Per farci un’idea di questo suo statuto singolare, mi pare ci possa venire in aiuto la definizione che il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein ha dato della cultura dell’uomo come di un “recinto aperto”: un riferimento che è dotato di una sua normatività ma nello stesso tempo invita a rischiare in proprio declinazioni e nuovi incontri. Possiamo quindi avanzare l’approccio all’etica civile come ad un recinto aperto costituito da una sorta di dotazioni e competenze di base – altro non sono che i noti caratteri durevoli del buon cittadino – che poi ciascuno è chiamato a far fermentare con creatività e perseveranza in tutti gli ambiti della sua vita, dalla famiglia alla professione, dall’associazionismo alla militanza partitica, dalla cultura all’economia. Perché l’etica civile è essenzialmente una architettura integrale dell’essere umano e insieme un’articolazione poliedrica di quel nucleo sorgivo che è il civile.

Il civile quindi non inizia fuori dalle porte di casa, piuttosto che fuori dal posto di lavoro, ma è quel recinto – per l’appunto aperto – che ci contiene e ci plasma in quanto uomini e che è vocato ad esprimersi in forme sempre nuove. Da questo punto di vista l’etica civile è la forma stessa dell’essere uomini. E’ un modo per esplicitare ed arricchire ulteriormente la definizione aristotelica secondo la quale l’uomo è un essere sociale: gli uomini stanno insieme alla maniera civile, diversamente da altre forme dello stare insieme che possiamo rinvenire anche nel mondo animale. Il civile qualifica, delimita e insieme dischiude il modo di essere e vivere assieme degli uomini.

L’etica civile allora ci riguarda senz’altro nel nostro nucleo profondo. Da questo punto di vista l’etica civile non rappresenta affatto il “minimo morale comune”, bensì la forma massima della fioritura degli uomini nel loro essere comune. Certo, essendo il punto massimo di una vita riuscita, di una vita buona, è anche il punto verso il quale siamo continuamente protesi e al quale siamo costitutivamente promessi. Pena, come affermava ancora Aristotele, rimanere degli uomini dimezzati. Non solo insoddisfatti, sempre scontenti, litigiosi, rivendicativi, egocentrici, ma anzitutto degli uomini rimasti un passo indietro rispetto alla loro stessa umanizzazione. Allora possiamo concludere che l’etica civile trova la sua migliore comprensione nell’essere vissuta come un processo di umanizzazione continua.

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